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Piero PALADINI

I luoghi nella mente sono privi di tempo e materia e di una fonte di luce propria, se non quella stessa della forma che appare e le ombre solo quelle che si vuole ci siano, come ulteriore proiezione di un corpo che viene fuori da sé per avanzarti incontro.

 

 

 

Piero Paladini
Nasce a Lecce il 22 Aprile del 1965. Si diploma all'Istituto Statale d'Arte G. Pellegrino. Frequenta poi la facoltà di lettere e filosofia. Oggi vive e lavora a Lecce.

 

 

 

 

Lo specchio magico della limpidezza figurale... di Luciano Caramel
 
Domenico Saponaro – che, pur nella sua saggezza ordinata, faceva parte della nostra brigata disincantata e birichina, per nulla ingessata e accademica, a cavallo del 1990, nelle aule dell’almo ateneo leccese – ha subito colto, e l’ha denunciato fin dalle prime righe del suo recente saggio su Piero Paladini, che nelle immagini del nostro artista c’è “qualcosa che non quadra”, che dà “disorientamento e inquietudine”. E’ il sintomo della presenza di quel quid difficilmente definibile che è l’arte, e nell’arte la qualità, come nel buon formaggio un certo “profumo”, e nell’amore vero quel non so che di imprendibile che va oltre, vincitore, la ragione e i sensi. 
Più agevole – dell’arte, come dell’amore (del formaggio non so…) – è dire cosa non è. Non è, intanto, o non è solo, perfezione tecnica, che è un mezzo, da non confondere con l’obbiettivo, fino almeno a quando strumento e fine non si congiungano nell’unità dell’opera riuscita. Non è descrizione, né, con buona pace di certe letture psicanalitiche, mero appagamento del desiderio. Nell’arte contemporanea almeno, preconizzata ormai da oltre un secolo da Cézanne, che per definizione è interrogativa, fino all’autoriflessità, gioia e condanna dell’intera avanguardia, e più ancora di ogni neo o post o trans avanguardia. Può infatti condurre alla ricerca continua, e quindi all’impermeabilità a stili e manierismi, ma anche alla malinconica sterilità dell’onanismo, quando non operi quello scatto che non può non distinguere l’artista dal filologo o dall’anatomopatologo. Anche perché l’artista opera nella flagranza dell’esperienza, della vita, del presente. 
Di questa razza è Piero, che ricordo, quando ancora era ragazzino, mansuetamente insofferente e tranquillamente inappagato. Come ancora, in parte almeno, è oggi, a giudicare dal suo linguaggio espressivo, e persino dai temi frequentati. Scegliere Pinocchio quale interlocutore, come ha fatto Paladini, è di per sé quanto mai sintomatico. La diramata, carsica profondità del capolavoro di Collodi, nella sua limpida corrosività, nel proporsi come metafora dei vizi e virtù dell’uomo, nei suoi slanci e nei suoi timori, nel suo essere diretto e trasversalmente ipocrita, l’avevano capita, o almeno sentita, prima dei critici e degli storici della letteratura, i bambini, che per anticonvenzionalità e indipendenza (talora anche per spietatezza) sanno, senza sforzarsi, battere gli adulti. Che tuttavia possono poi andare ben oltre l’elementarità dell’accostamento infantile, come esemplarmente provano le considerazioni, fatte, scritte e pubblicate da Paladini “a colloquio”, appunto, con Pinocchio. “In ogni adulto sopravvive un bambino”, ha osservato Maria Teresa Mele riferendosi a Piero. Asserzione sacrosanta, anche se quel “fortunatamente” premesso dalla studiosa è forse da articolare. Anche perché, fuori delle utopistiche visioni romantiche, il superare lo stadio infantile porta – “fortunatamente”, mi perdoni la Mele – ad una coscienza che, superando il mitizzato stato di natura, invero ben poco tranquillizzante e fertile, consente il progetto e lo sviluppo: anche sul registro dell’insoddisfazione per lo scontato, il ripetuto, che è il corrispettivo, in arte, dell’anticonformismo, dell’autonomia, dell’indipendenza del piano etico. 
Per approdare però a considerazioni più direttamente calate nel lavoro sull’immagine di Paladini, si può constatare come in esso siffatta condizione non sia attiva su di un piano ideologico, o anche solo pregiudiziale, ma risolta, incarnata verrebbe da dire, negli equilibri strutturali della composizione, nella struttura sintattica delle forme e negli attributi medesimi dello spazio, in quella “sospensione corporea”, in quella “atemporalità”, per ricorrere alle parole dell’artista, che consentono, se ci si sa fare, come appunto nel caso di Paladini, di aprire la figurazione all’invenzione e all’immaginazione non solo in termini descrittivi e, diciamo pure, toccando un rischio corso in passato da Piero, illustrativi. Pericolo, quello della passività descrittiva, della soggezione al soggetto, che proprio dal dilemma che ha tormentato per anni Piero, diviso tra l’interesse per la grafica e la tensione alla pittura, può essere efficacemente contrastato, se si approda a “coniugare i due linguaggi”, come ancora ha scritto Paladini, puntando all’interazione. Come dimostrano gli stessi disegni del nostro artista per Pinocchio e, talora con maggior libertà, le opere sciolte dal referente di un tema letterario o anche solo di una intenzionalità narrativa troppo conseguente. Con esiti meccanicistici, in esse, innervati di afflato poetico, veicolato magari dalla comprensiva levità della favola, decantata nello specchio magico della limpidezza figurale.