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Eleonora SPANO'

Eleonora Spanò

Nasce a Crotone nel 1974, frequenta l'istituto d'Arte e l'Accademia di Belle Arti di Lecce, docente di Discipline Plastiche presso il Liceo Artistico, vive a Lecce ed inizia ben presto la sua carriera artistica mossa da innumerevoli ispirazioni paterne, che la introducono in concetti figurativi ed espressivi, dai quali si distanzia per una sua ricerca interiore. Linee, pieghe e colori ci raccontano il segreto della vita.

 

La linea e la piega: di che colore ‘parla’ il segreto? ...di Carlo Augeri

 
L’intensità dei colori si estende dovunque nella pittura di Eleonora: anche all’interno di un solo dipinto, ogni particolare è immerso nel mare della colorità.
Ne è la forza, la sua emissione, la propria passione: il mondo visto dal ‘di qua’ del colore è vicinanza, conciliazione, viaggio vissuto come sguardo da guardare, sognare, desiderare. 
Non importa se il desiderio colorato si realizza davvero nella macchia incolore del reale.
L’arte è il ‘già’ accadere nel ‘senza’ essere avvenuto: che esiste, comunque, nella forma, nelle proporzioni, nelle colorazioni, nei contatti fondativi entro cui il reale riceve cronotopia, dunque possibilità di assorbirci in un gioco di presenza, anche là dove i paesaggi reali non ci hanno mai visto, lasciando allo sguardo estetico la possibilità di realizzare. Solo lui, nel riconoscere come colore ogni cosa, perché tutto sia traducibile in corrispondenza dipinta.
Le forme colorate di Eleonora non sono impressioni, neppure stati d’animo; sono animazioni: animismo cromatico che si irradia pure nelle nature morte, nelle solitudini abitate da oggetti presenti nel loro silenzioso linguaggio colorato.
Rumore tinteggiato e silenzio verbale: colore sonoro, che cerca, si incammina dalle cose alla natura, dalle case al mare, dal mare al cielo, dalle foglie alle nuvole, da queste allo sguardo che osserva dal suo invisibìle dentro.
Universo quasi mistico, molteplice e uno, diverso e unito da un unico gesto, comune alla natura e alle figure umane, che di umano conservano il loro poter assomigliare a presenze mute, parlanti il solo linguaggio possibile alle nature morte: il colore.
Colore vivificato, però, che la mano dell’artista adolescente non aggiunge, ma prende, fa uscire, fa emergere da ogni cosa: foglia, onda, tenda, nuvola, pesce, corpo femminile.
Presenze differenti solo in superficie, simili nel modo assorbito in cui stanno: come nella quiete piegata, nella piega, il contrario dell’appiattimento, che è quiete senza moto o sussulto, senza cenno di come lo spazio si occupa senza averlo, senza sovrapposizione, solo per poter esserci come inclinazione.
Ecco, dunque, la peculiarità della messa in forma di Eleonora: la quiete si ‘impiega’, si incurva nella piega, perché in essa si nasconda un segreto che lo sguardo non coglie, la curiosità si chiede, l’arte raccoglie.
Piega e colore insieme formano il movimento di ciò che in apparenza non muta, perché tutto non si trasforma, ma emerge, affiora, esce all’attenzione.
La singolarità ‘dipinta’ di Eleonora è nella sovrapposizione di cose diverse che escono all’aperto da una loro im-piegazione comune: l’ombra non c’entra. Tutto nasce da una piega, per emersione, per colorazione: colore e genesi, dal buio piegato.
La nascita: un divenire alla luce da una piega oscura, che la vita colora nel tempo dopo tempo.
Così dalla memoria emergono le cose e si fanno ricordi: ricordare pittoricamente non è lo stesso che rammemorare con la parola, lirica o narrativa. 
La parola del ricordo è protagonista con il suo suono di un’assenza intrinseca alla sua natura di segno rappresentativo: raccontare è ricordare immaginando oggetti che continuano a non esserci più.
Dipingere il ricordo è presentificare: far uscire all’aperto il nascosto nella piega del tempo. La tela come scena co-reale di oggetti presenti, dotati di un potere ‘animato’ che il ricordo mantiene, dal tempo dell’immaginazione d’infanzia.
Non è solo il ricordo immaginazione; è già l’oggetto vissuto sintomo d’immaginazione: cavallo a dondolo cavalcato oltre l’affaccio della finestra; barchette di carta spinte al largo di un mare sognato come azzurro, affacciato pure nel cielo di casa.
Ebbene, tra infanzia ‘sognante’ e adolescenza ‘colorante’ non si pone frattura, neppure ferita elusiva o deludente: ogni cosa è contigua nella continuazione di un immaginare senza pausa, senza interruzione magari funzionale al recupero di una realtà che urge o emerge.
Emerge la colorazione, invece, che mette in quadro il sogno. 
Mettere in quadro è lo stesso che mettere in scena, come pure mettere l’orizzonte nel vedere: ecco il punto di approdo, certamente provvisorio, di Eleonora, giovanissima nel formarsi una poetica pittorica in cammino verso un divenire maturo, di cui questa prima fase artistica è buona premessa e meraviglioso inizio.
Non so se alcuni germi rimarranno nel tempo, germogliando forme non solo nuove, forse solo distinte.
E però credo nella logica della traccia, secondo cui anche un’evoluzione sconvolta contiene o conserva segni di un  tracciato che si ripete nella continuazione di un percorso, consecutivo pure nei frammenti.
Auguro a Eleonora di portare con sé il colore non impressivo, ma inondante di questa iniziale maniera: vivacità di un’immaginazione che non ‘invade’, ma sa fare ‘evadere’. In fondo, l’arte è linguaggio dell’evasione.
Non dal mondo: ma dalle sue macchie o dalle sue ombre, che piagano la realtà oggettivizzandola in una sua linearità senza piega.
Ossia, in un suo contorno senza profondità: senza la quale la linea è limite, confine, separazione, molteplicità orfana di una inclinazione entro cui riservarsi, curvarsi, aprirsi man mano che l’espressione traduce l’interiorità del nostro essere tempo e presenza.
Interiorità non scandagliata del tutto: allo scandaglio, preferisco l’àncora, l’intervallo di un  tempo necessario a che ogni cosa, secondo la sua piega, si spieghi diventando somiglianza di richiamo verso un impossibile allontanamento.
Visto che ogni cosa ritorna, cioè presenta una curva nel piegarsi, da dove sorge il colore e appare. 
Senza essere apparenza. Solo piano d’orizzonte: e di orizzonti visibili dal ‘di qua’ del domestico Eleonora ne offre tanti. 
Orizzonte e accasamento non sono contraddizioni: da ogni luogo si può immaginare il suo contrario, da ogni luogo si può sognare il suo distante magari utopico. Magari irraggiungibile.
Per questo la coscienza invita a dipingere, a scrivere, a rappresentare: non importa se niente di ciò che si evoca quasi mai si raggiunge. 
Anche il più lontano ‘là’ può essere un altro ‘qui’: l’arte invita ad aprire le pieghe e scoprirvi il colore. Rintracciarvi l’intimità colorata delle presenze mute. 
Eleonora prova, riproverà: i suoi colori ne spiegano il ritorno da un viaggio tra cose e nel tempo.