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Antonia Acri

L’esperienza umana è sempre drammatica, tesa com’è tra la libertà e la singolarità.
La drammaticità del vissuto è ancora più evidente quando la storia si fa 11 settembre, guerra, terrore, morte, sopraffazione, ingiustizia, quando le ragioni della non-ragione hanno la meglio.
Il principio disperazione, di andersiana memoria, non devono però prevalere nell’ermeneutica del divenire storico, perchè - sono parole di Luis Cabrera de Cordoba- “colui che prende in considerazione attentamente la
storia dei tempi antichi e ne conserva l’insegnamento, è illuminato sulle cose future,dal momento che esiste un unico genere umano”.
La storia, allora e solo allora, diviene un’arma per le battaglie del presente e uno strumento prezioso per la costruzione dell’avvenire.
Solo così la storia può farsi speranza, superando la visione blochiana e attingendo al Bene che c’è nell’universo.
Ed al bene che c’è nell’universo attinge la pittrice brindisina di origine calabrese Antonia Acri, recente vincitrice dell’importante premio nazionale di arte Sacra “La porta del Paradiso” di Francavilla al Mare.
L’artista Antonia Acri propone, attraverso una misurata scomposizione dell’esistente, una lettura della storia della coscienza, partendo dall’assunto woytjliano che “gli artisti sono gli interpreti privilegiati del mistero dell’uomo”.
L’arte si fa allora memoria, non tanto per il virgiliano meminisse iuvabit, quanto per una severa riflessione sull’esistenza di cui Acri materializza intense metafore, scompone ricordi fissi nei meandri più reconditi della memoria, estroietta sulla tela approcci gnoseologici di elevato valore.
Ecco allora il Volto, l’altro da noi che si materializza sulla tela, il Tu, che ogni artista cerca incessantemente. Antonia Acri attraverso la tela si chiede chi è l’altro? domanda che spesso affolla i nostri pensieri “spaginati” in una vita senza più dimensioni e costantemente rivolta verso un quotidiano affannarsi.
Eppure l’altro esiste, si fa prossimo alla nostra vita, appare e scompare dentro le storie concrete del nostro esistere, e lo testimonia tutto il percorso della pittrice brindisina.
Il volto dell’altro ci suggerisce la Acri- è nell’esperienza quotidiana di ogni uomo ed in tutte le dimensioni del suo esistere, porta impresse le caratteristiche peculiari della sua esteriorità ma esprime anche un “contenuto” che rimanda a una realtà più profonda ed inaudita.
Il viso esprime l’espressione del volto il riflesso rimanda all’idea di “ritratto” come frutto delle mani di un Artista, la persona conduce all’idea di maschera come “rappresentazione plastica del volto”.
In un itinerarium mentis in Deum che Antonia Acri vive con la pienezza dell’arte. 
Massimo Pasqualone
 
 
Antonia Acri
 
Nata a Cosenza. Vive ed opera a Brindisi.
Inizia ad esporre negli anni '79-80 in prestigiose sedi in Italia e all'estero. Oltre a numerose personali, ha partecipato a concorsi, collettive nazionali ed internazionali.
La sua arte ha richiamato l'attenzione di critica , pubblico, nonché di giornali, riviste specializzate.
Alcune delle sue opere figurano in pinacoteche, cataloghi, volumi d'arte e nella collezione "Archivio Sartori" di Mantova.
L'artista è inserita nel volume d'arte "Arti figurative al femminile nel Mezzogiorno d'Italia dal 500 al 2000" di Rosario Pinto.
 
 
 
Il comportamento tracciabile dell’artista di... Carmen De Stasio 
 
Inversione di prospettiva. Una realta conclamata nella misura dell’incessante estensione a recuperare torsioni visuali e condensazioni di immagini riservate nella profonda memoria.
Il gesto e la composizione. La struttura e l’articolazione. Sono i criteri che valgono ad Antonia Acri l’immaginativa trascrizione di territori ricercativi, applicati con discrezione all’arte pittorica.
Luogo di complessita, in cui l’artista ripone le sue energie per determinare un procedimento valoriale a partire da un progetto magmatico e ad esso pervenire dalla manipolazione di personali riflessioni.
Non e assurdo trattare di una nuova immagine letteraria sulla tela: ciascun artista incide segni di un linguaggio con il quale identificarsi e nel quale, pur non assurgendo alla prosaicita iconica, si distingua una sorta di architettura per fraseggi, la cui meta-dimensionalita sia ragione di una liberta sostenuta da un preciso programma costruttivo. Una realizzazione reale – oserei dire –nella quale ciascun elemento penetra l’altro al fine di illustrare, senza incorrere nel descrittivismo apologetico, un insieme ardito e mai temerario dellecollocabilita di cui la mente dispone. In tal senso l’operazione artistica di Antonia Acri s’insedia attivamente sulla scena dell’arte ultracontemporanea, nella quale avviene il confronto con prospettive intimiste ed esternazioni elaborate con una precisione di tal levatura, da poter essere definita quale comportamento tracciabile dell’artista.
Evidente la prospettiva che la Acri abbia programmato per depositare, tra le continue rotture e le dirompenti interruzioni visuali per piani, le tensioni di una discriminante energia che, invero, riprende verosimilmente tessiture e una precisa (auto-identitaria) idea di elaborare arte. Orientandosi tra una programmazione geometrica e un’impalcatura vagante a partire da una segnalita informale, la struttura si dilata fino a coincidere con il contesto, andando a determinare, per altro, le tensioni che dalla sagomatura penetrano la cromia impalcata, mai disfatta in macchie apostrofanti e dispersive, ma sollecite di una tessitura costantemente volta al rinnovamento. Di fatto, cio che avviene riguarda la traslazione incessante dal pensiero allo sguardo profondo, fino a posarsi la dove il segno si amplifica in un disegno. 
O metasegno ‒corrispondenza di un’azione volta a comporre quello che potrebbe esser spartito di storia muta e, tuttavia, altisonante nelle allocazioni che conferisconodignita alla conoscenza che non stordisce, che emana dalla singolarita degli elementi su un’area mai interrotta di inclinazioni culturali.
Questo l’universo variegato di Antonia Acri: densificazione di immagini riprese in un’unicita evocativa, dalla sorprendente varieta prospettica. Nessun ostacolo a una pacatezza visiva, pur se qui e lala torsione ottica comporti un impercettibile deragliamento frontale e mitighi la puntualita osservativa con unadocilita che preme a conseguire un’innovata armonia testuale.
E di un vero e proprio testo si puo parlare a proposito dell’operazione artistica della Acri, tendente alla co-gestione cromo-lineare-spaziale senza trascendere nel mescolamento; identita vitalizzata da una cromia parlante, mai pleonasmo d’incidenza totalizzante, in sintonia e sin-cromia con le forme gestite con un respiro di consapevolezza discreta, transitante continuamente da un puntoall’altro della tela. Un tracciato d’apparenza bustrofedica e che, al contrario, rinvigorisce un segno apprendendone la sequenzialitastoricoprospettica con un addensamento ultratemporale, in un equilibrio che nell’attualizzazione pittorica sembra superare anche le alterita del tempo e dei tempi in una pleocroica sintesi.
Invero, si tratterebbe di una vera e propria ricerca dimensionata su fasi corrispondenti di un a-tempo nel quale la distinzione sommativa esegue una coordinazione simultanea tra suggestioni pensative, concorrenze concrete e territorialita comprensive di trascorsi diretti e rinnovate reminiscenze intime paesaggistiche.
Escludendo la dominanza dell’unicita, si evidenzia cosi una traccia che la stessa Acri segue, infondendovi la coloritura originaria di essenze e memorie, trattenendosi logicamente a un sogno basato su manifestazioni assunte nel bagaglio esistenziale, cui accede con una singolarita derivante dalla consapevolezza di essere artista del nuovo millennio, in grado di immergersi nelle temperature arse del tempo corrente – impregno di recuperi e rimiscelature anti-icastiche, il cui compito e il rimodellamento di escrescenze dicreativita e poetica cesellata secondo una riprogettazione geometrica.
Un ordine umanizzante, in un certo senso; un intrico territoriale marcatamente tattile, la cui realita consiste nel consolidamento di indagini che emergono nella loro decisivita e che, al contempo, sembrano staccarsi continuamente da se stesse. Un incastro di teoremi, insomma, mediante i quali l’artista costruisce neo-spazi termici in un paziente impegno coinvolgente sia l’aspetto immaginativo, che architettonico di suggelli storicamente riconoscibili.
Ciascun’opera e organizzazione culturale in estensioni corporee riconoscibili, pur totalmente distante da un narrare per archetipi – il che renderebbe la famelicita simbolica apprezzabile, ma pur sempre in distacco.
Di fatto, le opere di Antonia Acri sembrano acquisire, proprio nell’evidenza temporale, una convergenza scientifica di spazi ricostruiti mentalmente prima di essere proposti come soggetti e progetti artistici. Assumono si il mistero distrattivo dalla percezione immediata, ma e tale l’energia che anima il disincanto, da impegnare l’intera opera con un’azione plastica che rammenta ladrammaticita di una creazione universale rivelata in un equilibrio sottile (davvero eloquente nell’insieme) tra i misteri dei tanti passati imponenti e l’arcano tratto di un’attesa espressa attraverso la naturalezza delle cromie, mai bistrate da illusioni alchemiche e, per cio stesso, transitorie. Verificabile, dunque, appare esser questo il criterio che anima l’ultima produzione (in ordine di tempo) della Acri: tenendo a distanza lo stordimento di un recupero totalizzante di rimandi ad azioni pregresse (penso ai segni grafici, alle impronte e agli squarci immaginativi di oggetti comuni e monumenti dalla sontuosita rarefatta e ammorbidita dalla velatura tinteggiata secondo i colori del tempo storico significativo), l’artista si appropria dello spazio senza, tuttavia, occuparne il rigore sintattico. Viepiu, consentendo agli elementi una propria vivacita dinamica, l’artista ne accantona altresi l’aspetto decorativo, cosi che le impressioni di tutti i soggetti minimali e nel loro insieme sono continuamente inclinate in un costante approccio che occupa lo spazio assente e rivitalizza finanche condizioni apparentemente marginali.
Questo il motivo per il quale, sovente, le atmosfere, pur declinate verso una forma di completamento astratto-concreto (il sogno sfuggente comprensivo del reale), affluiscono in un territorio generativo che miete l’universalita architettonicadell’arte a-tempica, inclusiva di linguaggi dal vago sentore sironiano, tanto quanto morandiano, con inclinazioni convergenti in un post-dada anti-illusorio in una condizione meditativa.
Per parlare del presente occorre dare uno sguardo al passato, ma per incidere le potenzialita del futuro occorre disegnare bene i contorni di questo presente, che racchiude tratti mai estremizzati dei passati che hanno coinvolto e sconvolto le opzioni, mai garante di punti esortativi o esclamativi, se non per decidere quale sia la sorte della propria inchiesta.